La maturità informativa dei modelli BIM: come misurarla davvero

Dai livelli definiti dagli standard internazionali e dalla normativa italiana alla sfida concreta della valutazione: misurare la maturità BIM significa interrogarsi sulla qualità dei processi, non solo sulla sofisticazione degli strumenti.

Parlare di maturità BIM significa affrontare una delle questioni più attuali nella diffusione della metodologia nel settore delle costruzioni: come stabilire, con criteri oggettivi e condivisi, a quale stadio di sviluppo si trovi un’organizzazione, un processo o un progetto. Il rischio più comune è quello di confondere la disponibilità di strumenti tecnologici avanzati con una reale capacità di gestione informativa. Disporre di software di modellazione non equivale a operare secondo logiche BIM mature.

Un altro degli equivoci più diffusi consiste nel confondere la maturità BIM con altri indicatori, come il livello di dettaglio geometrico o le dimensioni del modello. In realtà, la maturità riguarda soprattutto la capacità del sistema informativo di garantire qualità, affidabilità e tracciabilità dei dati. Essa implica la presenza di processi strutturati, standard condivisi e strumenti di controllo che assicurino la coerenza delle informazioni nel tempo.

Il quadro normativo internazionale ha affrontato questa esigenza con approcci progressivamente più strutturati. Il modello originario, elaborato nel contesto anglosassone e poi formalizzato dalla specifica tecnica PAS 1192, articola la maturità in quattro livelli, dal livello zero — in cui non esiste alcuna forma di collaborazione digitale e la produzione avviene ancora su supporto cartaceo o tramite file non interoperabili — fino al livello tre, che prevede la piena integrazione delle informazioni in un ambiente federato e accessibile in tempo reale da tutti gli attori coinvolti. Tra questi estremi si collocano il livello uno, caratterizzato dall’introduzione di un ambiente di condivisione dati ma ancora privo di un modello unificato, e il livello due, che rappresenta oggi il riferimento operativo per la maggior parte dei mercati avanzati: ciascuna disciplina lavora su un proprio modello tridimensionale, e l’interoperabilità è garantita dall’adozione di formati di scambio aperti.

Con la pubblicazione della ISO 19650, il concetto di maturità è stato riletto incrociando la crescita dei benefici derivanti dalla digitalizzazione con quelli derivanti dalla collaborazione tra professionisti. La norma individua tre stadi progressivi: nel primo, modelli tridimensionali e elaborati bidimensionali coesistono secondo requisiti nazionali; nel secondo, i modelli delle singole discipline vengono federati secondo logiche internazionali, garantendo una gestione integrata del progetto; nel terzo stadio, i sistemi di database strutturati rendono i modelli interrogabili in tempo reale, aprendo la strada alla gestione dell’intero ciclo di vita dell’opera.

In Italia, la norma tecnica di riferimento — la UNI 11337 — ha declinato questi concetti in cinque livelli di maturità digitale, che vanno dal livello zero, non digitale, al livello quattro, ottimale, in cui il trasferimento dei contenuti informativi avviene esclusivamente attraverso modelli virtualizzabili e il supporto cartaceo scompare del tutto dalla filiera documentale.

La peculiarità dell’approccio italiano risiede nell’attenzione alla prevalenza contrattuale: non è sufficiente che un’informazione esista in formato digitale, occorre che sia quel formato a costituire il riferimento giuridicamente vincolante nelle relazioni tra le parti. Questo dettaglio normativo ha implicazioni dirette sull’organizzazione dei flussi informativi e sulla struttura stessa dei capitolati informativi.

Tuttavia, la sola appartenenza a un livello di scala non esaurisce la questione della misurazione. La letteratura tecnica internazionale ha sviluppato modelli di valutazione distinti a seconda dell’oggetto di analisi: esistono modelli focalizzati sulle performance di progetto, modelli dedicati alla maturità organizzativa e modelli centrati sulla competenza individuale del singolo operatore.

Ognuno di questi approcci restituisce una lettura parziale: una struttura può operare con strumenti di livello avanzato e tuttavia presentare processi interni frammentati, ruoli indefiniti e flussi informativi discontinui.

La maturità reale, in questa prospettiva, è il prodotto di quattro dimensioni interdipendenti: lo strato normativo, quello tecnologico, quello informativo e quello organizzativo.

Nel concreto, per misurare la maturità informativa dei modelli BIM è necessario quindi andare oltre le classificazioni standard e adottare un approccio critico e integrato.

In questo contesto, la certificazione del Sistema di Gestione BIM si afferma come uno degli strumenti per attestare, con il riconoscimento di un ente terzo e indipendente, il livello di maturità effettivamente raggiunto da un’organizzazione. Ancorata ai requisiti della UNI 11337 e della ISO 19650, questa certificazione non valuta la singola competenza individuale né la qualità di un modello isolato, ma verifica la struttura complessiva con cui un’organizzazione gestisce i propri processi digitalizzati: ruoli, responsabilità, flussi informativi, procedure di verifica e controllo. Rappresenta, in altri termini, la traduzione operativa della maturità BIM in un sistema auditabile e misurabile nel tempo.

 

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